Carlotta "Charlie" Cartelli: la numero 1

Martedì, Novembre 27, 2018

Una breve intervista a Carlotta Cartelli: atleta classe 1997, portiere della squadra femminile di calcio della Louisiana Tech University. "Charlie", come la chiamano le sue compagne di squadra, ci racconta la sua esperienza nel mondo sportivo e universitario U.S.A.

Che cosa ti ha portato alla decisione di diventare una student-athlete in un college americano?

"Prima di tutto volevo fare un’esperienza diversa che mi arricchisse e che mi facesse conoscere persone e posti nuovi. In secondo luogo avevo sentito dire che il sistema scolastico americano era complementare con quello sportivo, agevolando lo studio per gli atleti."

Quali aspettative che avevi sono state confermate?

"Speravo di trovare un ambiente che mi permettesse di dare il massimo sia dal punto di vista scolastico che dal punto di vista sportivo, permettendomi di portare avanti la mia passione per il calcio, ma allo stesso tempo di continuare a studiare. Inoltre speravo di incontrare persone nuove e diverse da me e di fare esperienze uniche che altrimenti sarebbero state impossibili. Per esempio, a Pasqua, lo scorso anno, dato che non potevo tornare a casa, un mio amico mi ha invitata a casa sua e mi ha portato a pescare il pesce-gatto e il crawfish (tipici della Louisiana) sul Mississippi river. Il fatto di poter “entrare” in una cultura diversa dalla mia penso che sia l’esperienza più bella."

                                                                             

Come ti stai trovando nel praticare sport agonistico negli USA ?

"Bene, le prime volte mi sembrava strano avere a disposizione così tante risorse, però piano piano mi sono abituata. Diciamo che qui stanno attenti ai minimi particolari e fanno di tutto per far si che si riesca a dare il proprio massimo."

E’ stato complicato conciliare gli impegni sportivi con lo studio?

"Inizialmente sì, poi ci si abitua e si iniziano a capire i meccanismi. Per esempio, dato che la stagione calcistica si svolge nel "fall" (da agosto a inizio dicembre massimo), io so che le classi più difficili è meglio se riesco a farle nel "winter quarter" o nello "spring quarter". Se non è possibile rimandare la classe nei quarter successivi, bisogna metterci un po’ più di impegno. Tendenzialmente però i professori sono molto disponibili e aperti, se rimango indietro o salto una lezione perché siamo in trasferta mi aiutano molto. Per esempio, l’anno scorso ho saltato tre lezioni di matematica di fila perché ero a fare il torneo di conference, la mia professoressa, per evitare che rimanessi indietro, mi ha chiamato su skype la sera per spiegarmi e aiutarmi a capire quello che avevano fatto in classe."

Hai trovato grandi differenze rispetto all’Italia?

"Diciamo che in America sono più attenti all’aspetto scolastico degli atleti. Ti aiutano e ti mettono a disposizione degli strumenti per far sì che tu riesca a studiare e a praticare uno sport. Per esempio, nella mia università, tutti gli student-athletes al primo anno devono fare 8 ore di studio a settimana nel centro degli studenti-atleti e hanno un incontro a settimana con l’athletic advisor per verificare che sia tutto a posto a scuola. Inoltre se non capisco qualcosa e ho bisogno di aiuto per studiare, oltre a potermi rivolgere ai miei professori, mi mettono a disposizione tutor che mi possano aiutare. In Italia, nella mia esperienza personale, non tutti i miei professori supportavano il mio impegno sportivo , anzi... Diciamo che in Italia sei lasciato più a te stesso mentre in America sei un po’ più seguito."

                                                                           

Raccontaci un episodio della tua esperienza americana che ti ha particolarmente colpito.

"Dal punto di vista sportivo sicuramente l’attenzione ai dettagli e la disciplina. Dal punto di vista scolastico direi l’apertura dei professori e la loro disponibilità. La cosa che mi ha però più colpita e segnata sono i legami che ho stretto. In America ho la mia famiglia “adottiva” americana che è sempre pronta ad aiutarmi. Due volte al mese mi invitano fuori a cena e di qualsiasi cosa io abbia bisogno cercano di aiutarmi. Mi hanno aiutato a trovare una macchina, mi hanno accompagnato a far togliere i denti del giudizio e mi hanno tenuto a casa loro per prendersi cura di me ed essere sicuri che stessi bene."

Consiglieresti ad un tuo amico il percorso da student-athlete negli USA?

"Direi proprio di sì, soprattutto a quei ragazzi che hanno voglia di mettersi in gioco. E’ un’esperienza che ti cambia e ti fa crescere."


Quali sono i tuoi progetti futuri?

"In questo momento non ho le idee chiarissime. Prima vorrei finire al meglio quest’ultimo anno e mezzo che mi è rimasto togliendomi qualche soddisfazione dal punto di vista calcistico e scolastico. Finita l’università ho diversi progetti e idee, vorrei riprendere a giocare a calcio in Italia e magari continuare gli studi qui. Una cosa che però mi piacerebbe tantissimo fare è andare a fare volontariato in giro per il mondo aiutando i bambini in difficoltà."